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Pietro Pietro Giuseppe Tito

RASSEGNA STAMPA

 

“Dipinti, sculture e disegni di un artista appartato e operoso, discendente  di una celebre famiglia di pittori.
Eppe Tito (Venezia 1959) è infatti figlio di Luigi e nipote di Ettore, due grandi figure dell’arte a Venezia, dalle quali tuttavia si distingue per la sua predilezione della scultura. Espone in questa occasione bronzi e terrecotte che esprimono un forte sentimento drammatico – anche per i difficili temi affrontati, quali i Cavalieri dell’Apocalisse e la Deposizione – sentimento che è già tuttavia, nella manipolazione tormentata ed incredibilmente espressiva della stessa materia”
Enzo di MartinoIl Gazzettino

 

“Sccultura, pittura, disegno,poesia e fotografia, sono le arti con cui con medesima intensa forza comunicativa si esprime Pietro Pietro Giuseppe Tito. Nipote di Ettore, figlio di Luigi, Eppe ha ereditato la vena artistica della famosa famiglia veneziana dei Tito. Un talento schivo – già protagonista di quattro collettive alla Bevilacqua La Masa e di alcune biennali dei giovani – che fino al 13 luglio è in mostra con una personale a Venezia presso lo spazio creativo Pierre Cardin in calle della regina. Un’esposizione che pur sondando a vari livelli la cultura interdisciplinare di tito, privilegia la scultura con le dodici opere in bronzo e le sei in terracotta incentrate sul tema dei cavalieri dell’apocalisse rappresentati come terribili, angosciosi fantasmi. Sculture destinate a non lasciare indifferente il visitatore cui non può sfuggire il contrasto tra la sensibilità delle figure femminili e la forza dei tori e dei rinoceronti. Emozionanti i corpi maschili che quasi consunti dal peso esistenziale esprimono un’ansia febbrile. La materia è percossa, slabbrata e sembra ricomporsi solo nel messaggio evocativo: lo spavento. (…) Una mostra coinvolgente anche grazie ai brani di Chopin e Brahms, naturalmente suonati da Eppe, che accompagnano il visitatore alternandosi alle letture dei suoi componimenti poetici.
Sebastiano GiorgiLa Nuova Venezia”, settembre 2003

 

(…) “In Pietro Giuseppe la svolta drammatica è più evidente, sembra non esserci spazio nemmeno per un urlo nella muta e straziante deposizione che accoglie il visitatore nell’ultima sala.”
Il corriere del Veneto", Martina Zambon, settembre 2003

 

(…) Pietro Giuseppe è alla ricerca continua di temi arcaici, profondi, attraverso i quali raccontare se stesso.
Amante di tutte le discipline, che ha sperimentato; dalla poesia alla scultura, in ognuna fa trasparire l’inquietudine dell’anima, della vita.”
L’Arena”, Alessandra Canella, settembre 2003

 

“(…) Per raccontare la sua umanità sofferente e ansiosa Pietro Giuseppe ha scelto il mito e la sua rappresentazione universale attraverso un’iconografia provocatoria nella sua solidità, così poco in linea con i tempi di un’arte votata all’impalpabilità come è quella attuale.”
Il Sole-24 Ore Nordest” MA.B.

 

“L’urgenza espressiva e la portata dello sguardo che non si ferma al soggetto umano, travalica con Pietro la stessa pittura e approda alla scultura più idonea a tollerare ed elaborare l’urto: E saranno soprattutto le sculture in terracotta a incarnare temi universali sottoforma di allegorie (La guerra, la carestia, La morte), figure vilentemente scosse che sembrano modellate dalla furia del male, del dolore, dell’ignoto che intendono rappresentare: Anche quando prevale una figurazione più naturalistica, come nel bronzo l’uomo pensieroso, in Pietro Giuseppe è presente pur sempre un’inquietudine, una tensione che raggiunge il suo apice in un’opera come la Deposizione. In questa scultura ogni orizzonte di consolazione, di risarcimento sembra oscurato da una tribolazione assoluta, incontenibile: la massa piramidale pulsa, s’agita e frana come quel corpo inerte del figlio abbandonato sulle ginocchia di Maria. Alla madre che lacera lo spazio con il suo dolore sembra fare da coro il pathos ardente delle sacre rappresentazioni medievali e delle pietà nordiche. Se un urlo ancora può rompere l’anestesia dei sentimenti tipica dell’oggi non può che provenire da opere estreme come questa.
Il Mattino”, settembre 2003, Virginia Baradel

 

“Con il figlio Pietro, il tema del dramma dell’esistenza umana sconfina nel mito e l’urgenza espressiva travalica la dimensione umana che trova poi la sua forma di espressione migliore nella scultura in particolare quella più docile della terracotta. Le sue sculture appaiono portentose, eccessive e provocatorie, ed è proprio questa la scandalosa quanto tonante inattualità a costituirne un pregio esclusivo non disgiunto da un indiscutibile talento modellante. Ma non disdegna di cimentarsi anche con altre discipline come la musica e la poesia, in ognuna della quali fa trasparire l’inquietudine dell’anima e della vita.”
Sole delle Alpi”, Carlotta trevisan, settembre 2003

 

“La sua arte è una poesia del frammento, rapida, illuminata, densa e spessa di una molteplicità di significati simbolici”
Flavia Fricano, settembre 2003

 

“Eppe incarna la modernità venata di anelito al divino e di claustrofobia presa di coscienza della realtà: Le sue sculture sono uno schiaffo in pieno volto, non risparmiano l’osservatore, lo costringono a guardare negli occhi la morte istillata in qualsiasi forma di vita.”
Il Corriere del Veneto”, Martina Zambon settembre 2003

 

Forte odore di creta bagnata, un antro fondo, alti soffitti,  il biancore opaco di secoli pittoricamente fecondi; l’atelier di Eppe Tito in Fondamenta  è tempo stratificato in fare. Disseminato di sculture, alcune in fieri, altre ancora nascoste da plastiche trasparenti che ne preservino i contorni. Vanno di tanto in tanto annaffiate per conservarne l’umidore.  Riferendo una sua  espressione ripetuta: “ sono musica pietrificata”.
 Si firma P.G. Titus, è l’epigono di un ghenos che affonda le sue radici lontano. Dei trionfi ovali e ariosi del nonno Ettore trattiene la citazione mitologica in molti dei suoi lavori.  La capigliatura e lo sguardo intento avvertono il piglio del ritratto che Gigetto, suo padre, gli fece quando era  bambino (Eppe di profilo, 1962).
Eppe vive a Venezia, non smette di attingere  a luoghi che in lui sono fonti vive: San Giovanni Evangelista “perché è una scuola di iniziati” e il suo sguardo azzurro si accende, facendosi visione; le oblique, frananti deformazioni nel Tintoretto di San Rocco, gli improvvisi tagli nelle calli attorno,  il fuori scala teatrico della facciata di campo san Barnaba.

Avvicinando un qualsiasi lavoro in scultura di Eppe: scavo-tortura-scarnificazione. Il lavorio febbrile delle mani imprime alla materia ( sia bronzo o terracotta) l’inesausta fatica di un dire estremo. Corpi di lottatori che aquattano, i muscoli allertati. Gorghi di corrente  investono i pugili, accelerano, trasformano. Frementi nell’immobilità. Sagome di cavalieri dell’Apocalisse sfrenano in simbiosi con l’animale che ne sorregge il grido. Bocche di cavallo digrignano, volti di cavalieri disperano in direzione dello stesso “nulla”. Frenesia di corpi talmente forti da essere sul punto di disfare.
 Rimandi all’agile scalpello del “giovane Hebbel”  forgiato in  urlo e figura dal poeta tedesco Gottfried Benn:”Io porto nel mio sangue uno che grida e invoca/ cieli divini e umane terre da lui create”. Certe moli etrusche e romane, i  Prigioni di Michelangelo, la statuaria arcaica dei tempi dell’origine, l’archè.
 Invocazione condensata è la meravigliosa Pietà in terracotta, microorganica e  particellare nella sua aleatoria compattezza, comparabile a nessuna  per il particolare modo in cui volteggia nello spazio; aerea ed alata è solo volo. Va guardata girandole di continuo attorno, quasi periplandola, stordendosi.

Dettaglio di un robusto rinoceronte cinese, guardiano di un qualsiasi tempio d’oriente. Puro accadimento neurologico, guizzo esatto nel bronzo, scintillante arresto.
 Mezzi busti di fanciulle di bellezza apollinea, dai capelli verde levigato e fronti elleniche, hanno palpebre abbassate “con occhi gravidi di chimere assenti” (P.G. Tito, a me stesso).
Il furor di Eppe nel generare le sue creature, e la delicatezza, in mani che servono alla musica, a suonare il pianoforte, e non vanno affaticate, rovinate.  Anche come pianista  è quasi autodidatta. Fondale alla scrittura è una sua interpretazione di una sonata di Galuppi resa anelito anche dall’uso moderatissimo del pedale. Tensione viva e scorporata dall’ eseguibilità; tutta rimbalzi e vuoti non riempibili si reitera ed estingue in ritorni ossessivi come il più rallentato degli slanci. Fanno capolino ancora i cavalieri dell’Apocalisse quale musica pietrificata.

Il germe della morte a cavallo brandisce la falce nel crepuscolo allucinato di un bozzetto. Disegni a carboncino perfetti per segno e compiutezza. La luce biblica e pervasiva di Rembrandt la si intravede nella cellula dilatata di un suo ultimo dipinto ad olio, “La quercia” che contiene tanto dell’irradiare nelle “Marine” di Ettore.
Plurimi registri e partiture da una stessa pulsione a creare:  sogno dell’opera totale, Gesamkunstwerke. L’uomo in continua apertura a quel quid fuori da sè.

Cosa indica Eppe nel suo fare?  Il luogo del conflitto. Dolore che si fa scavo-torture della materia-un pensiero che esita ma non finisce.

g.d.b. Campo dei Carmini fine agosto 2006
Giovanna Dal Bon

 

 

A ME STESSO
Condannato da un beffardo me stesso che m’odia e fugge,
così scorre invisibile il torrente dei miei sogni
che naufraga in realtà.
Con occhi gravidi di chimere assenti,
mi distrugge ingordo il pianto,
come raggio del sole discioglie
un mordente ideale:
rosso di fulmini, da te mi divise il vento
che soffia e muore
sulla riva dell’eterno

 

(Pietro Pietro Giuseppe Tito)

 

 

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